Forfettario vs Ordinario

Confronta a parità di ricavi il regime forfettario (coefficiente, sostitutiva 15%/5%) con il regime ordinario (costi reali, IRPEF a scaglioni, addizionali): netto, imposte e soglia di costi oltre la quale il forfettario non conviene.

⚠ Avvertenza: i risultati hanno finalità puramente indicativa e informativa e non costituiscono consulenza fiscale, legale, previdenziale o del lavoro. I parametri sono quelli dell'anno d'imposta 2026 e possono non tenere conto di situazioni particolari, CCNL, regolamenti comunali o novità normative. Verifica sempre con un professionista abilitato prima di prendere decisioni.

Forfettario o ordinario: quale regime conviene

Il forfettario conviene quando i costi reali dell'attività sono inferiori alla quota forfettaria riconosciuta dal coefficiente (22% dei ricavi per i professionisti, 60% per il commercio) e quando l'aliquota IRPEF marginale che si applicherebbe nell'ordinario è alta. Il regime ordinario (contabilità semplificata) conviene invece con costi elevati, con molte detrazioni personali (mutuo, familiari, ristrutturazioni) che nel forfettario non si possono sfruttare, o quando si lavora con clienti privati e l'IVA non è un problema.

Il calcolatore confronta il netto annuo nei due regimi applicando nell'ordinario l'IRPEF a scaglioni 2026 (23/33/43%), la detrazione per lavoro autonomo (art. 13 c. 5 TUIR) e le addizionali. I contributi previdenziali sono calcolati sul reddito di ciascun regime.

La variabile decisiva: i costi reali

Il forfettario riconosce i costi in modo forfettario (22% dei compensi per un professionista, 60% per un commerciante); il regime ordinario in contabilità semplificata deduce i costi effettivi. La prima domanda è quindi se le spese reali superano la quota forfettaria: se un professionista con 60.000 € di compensi ha 8.000 € di costi (13%), il forfettario gli attribuisce comunque 13.200 € di costi figurativi ed è avvantaggiato; se ne ha 20.000 € (33%), l'ordinario tassa un reddito più basso. Il calcolatore indica i costi di indifferenza, cioè la soglia oltre la quale il forfettario perde il suo vantaggio sul reddito.

La seconda variabile: l'aliquota

A parità di reddito imponibile il forfettario paga il 15% (o il 5%), l'ordinario l'IRPEF progressiva (23% fino a 28.000 €, 33% fino a 50.000 €, 43% oltre) più le addizionali, con la sola detrazione per lavoro autonomo dell'art. 13 c. 5 TUIR (1.265 € fino a 5.500 € di reddito, decrescente fino a 50.000 €). Questo divario compensa costi reali anche molto superiori alla quota forfettaria: è il motivo per cui il forfettario conviene nella grande maggioranza dei casi sotto gli 85.000 €.

Quello che il confronto numerico non vede

Il forfettario non può sfruttare detrazioni e deduzioni personali (mutuo, ristrutturazioni, spese mediche, familiari a carico oltre l'Assegno Unico) se non ha altri redditi IRPEF; non detrae l'IVA sugli acquisti (svantaggio per chi investe molto), ma non la addebita ai clienti privati (vantaggio competitivo per chi lavora con consumatori); ha costi di gestione contabile più bassi; non può assumere oltre 20.000 € di costo del personale né partecipare a società con attività analoga. L'ordinario in contabilità semplificata tassa per cassa e consente il riporto delle perdite. Il confronto va rifatto ogni anno, perché l'uscita e il rientro nel forfettario seguono regole precise.

Esempio pratico

Professionista con 60.000 € di compensi, 8.000 € di costi reali, Gestione Separata, addizionali 2,3%. Forfettario: reddito 46.800,00 €, contributi 12.200,76 €, imposta 5.189,89 €, netto 42.609,35 €. Ordinario: reddito 52.000,00 €, contributi 13.556,40 €, IRPEF netta 9.623,74 €, addizionali 884,20 €, netto 27.935,66 €. Forfettario (+14.673,69 € netti/anno). Costi di indifferenza: 13.200,00 €.

Formule di calcolo

Forfettario

Reddito = Ricavi × coefficiente − contributi Imposta = Reddito × 15% (5%)

Ordinario

Reddito = Ricavi − costi reali − contributi IRPEF = imposta a scaglioni − detrazione autonomi (1.265 € fino a 5.500; decrescente fino a 50.000) Addizionali = Reddito × aliquota Netto = Ricavi − costi − contributi − IRPEF − addizionali

Soglia di indifferenza

Costi di indifferenza ≈ Ricavi × (1 − coefficiente)
Fonti normative e dati
L. 190/2014 (forfettario), art. 11, 13 c. 5 e 54 TUIR (ordinario), art. 66 TUIR (contabilità semplificata per cassa), Circ. INPS 8/2026 e 14/2026 (contributi).
Domande frequenti

Quando conviene il regime ordinario rispetto al forfettario?

Quando i costi reali superano nettamente la quota forfettaria del coefficiente (22% dei ricavi per i professionisti, 60% per il commercio) oppure quando si hanno molte detrazioni personali da recuperare o investimenti con IVA rilevante da detrarre. Sotto gli 85.000 € è però l'eccezione: la sostitutiva al 15% batte quasi sempre l'IRPEF progressiva.

Cosa sono i costi di indifferenza?

Il livello di costi reali che rende uguale il reddito imponibile nei due regimi: ricavi × (1 − coefficiente). Per un professionista con 60.000 € di compensi sono 13.200 €. Sotto quella soglia il forfettario ha una base imponibile più bassa; sopra, l'ordinario. L'aliquota più bassa può però far convenire il forfettario anche oltre.

Nel confronto conta anche l'IVA?

Sì, ma dipende dai clienti. Con clienti privati il forfettario può praticare prezzi più bassi del 22% a parità di incasso; con clienti aziende l'IVA è neutra e conta invece l'IVA non detratta sugli acquisti, che nel forfettario è un costo.

Si può passare dal forfettario all'ordinario e tornare indietro?

Sì: l'opzione per l'ordinario vincola per almeno un triennio (per comportamento concludente dal 2024 non sempre), mentre l'uscita per superamento dei limiti è automatica. Si rientra nel forfettario quando i requisiti tornano a essere rispettati.